Oggi metterò un nuovo tagliandino sul parabrezza della mia macchina pupazza. Questo è l'inizio della liberazione dall'assicurazione tradizionale per passare a una di quelle online, sempre nella speranza di non averne bisogno. Il risparmio c'è ed è consistente. Ci ho messo quasi due mesi tra preventivi, valutazioni, consigli e alla fine ho deciso sballottata in un mare di fax, fotocopie e termini di cui solo in questa occasione ho compreso il significato.
La macchina è come la maggiore età, quando non ce l'hai la desideri tanto e poi quando arriva ti rendi conto che sono più le magagne che i vantaggi. In fondo prima qualcuno che mi scarrozzava lo trovavo e sicuramente mi muovevo meglio e più di frequente quando non ero automunita. Prima in treno e aereo andavo ovunque, adesso con la macchina vado a fare la spesa.
E dire che ho dovuto aspettare molto prima di averne una tutta mia. Ho dovuto aspettare di avere un lavoro e un gruzzoletto da parte per poterla comprare (rigorosamente usata ma tenuta bene) e mantenere - assicurazione compresa - adesso che il lavoro non c'è l'ho più mi è rimasta la macchina come cimelio di una libertà conquistata e subito perduta.
Soleggiato inizio maggio dedicato alla gita fuori porta di carattere culturale.
Destinazione Villa Manin, della quale sono ormai affezionata frequentatrice, per vedere la mostra God and Goods. Le iniziative di questo centro per l'arte contemporanea non mi hanno mai delusa e comunque hanno sempre saputo miscelare proposte che mi lasciavano perplessa con altre di indubbia qualità e ingegno artistico. 
All'ingresso della bella Villa ci accoglie un grande teschio, opera di Subodh Gupta artista indiano che sembra andare per la maggiore. Il capoccione - come l'ho chiamato io - mi è parso subito una citazione del più noto e "prezioso" teschio in diamanti realizzato dall'altrettanto ricco artista inglese Damien Hirst. A dire la verità, una citazione ribaltata poiché il teschio di Gupta è invece realizzato assemblando cuccume, pentolini, padelline e cazzarole varie; però nuove.
L'opera mi ha subito fatto pensare ai nuovi mercati dell'arte che vanno di pari passo con quelli dell'economia globalizzata la quale molto attinge dai cosiddetti paesi emergenti.
Abbiamo già assistito a spedizioni di grandi talent scout dell'arte occidentali alla volta della Cina e ora tocca all'India. Non metto in dubbio che anche in questi paesi si possano trovare veri talenti ma la motivazione più pressante di tale invasione di arte "orientale" è motivata dal fatto che come tutte le merci in Cina e in India è possibile comprare per quattro soldi per poi rivendere in Occidente a cifre centuplicate. Devo essere sincera che non ho approfondito molto la questione indiana ma ho avuto modo di contattare un'importante curatrice in occasione della mostra India Oggi e poi la mia frequentazione del sito Saatchi Web gallery mi ha messo in contatto con artisti indiani più di una volta.

Devo dire che non ne sono di certo rimasta folgorata anzi, a essere sincera mi pare che oggi gli artisti indiani non facciano altro che propinarci manufatti Bollywood kitsch spacciandoli per arte oppure (da bravi uomini d'affari) producono opere marketing oriented studiando quello che è già presente sul mercato occidentale copiandolo o rivisitandolo con un tocco di esotismo.
Praticamente ci danno ciò che loro credono a noi piaccia. Il problema è che molti ci cascano.
Per quanto riguarda God and Goods devo dire che molti sono gli spunti e gli artisti validi presentati ma non c'è dubbio che quelli che più hanno accolto il mio plauso - per quello che vale - sono europei.
I misteriosi poteri delle alghe rosse
Ieri penultimo giorno utile per visitare la mostra di Maja Bajevic - acclamata artista e performer bosniaca che oggi si divide (poveretta) tra Parigi, Berlino, New York e Venezia.
Il sole splende, il cielo è blu e nonostante il ritorno delle alghe rosse, partiamo alla volta della città lagunare, dove la Bajevic espone presso la Fondazione Bevilacqua La Masa.
Colpevoli di non avere letto bene le recensioni e io in particolar modo di non essere andata alla vernice alla quale ero stata invitata, ci siamo accorti che per accedere alla mostra bisognava attraversare ovviamente la prima sala nella quale era stata realizzata un'installazione.
Il problema era che si trattava di un reticolo di filo spinato, lana e cavi con relativi tiranti sospeso a circa 110 cm. da terra che occupava tutta la superficie del salone d'ingresso, ergo per entrare alla mostra bisognava procedere carponi per tutta la larghezza di tale salone.
Saranno le mie origini romane ma a me qualsiasi cosa ricordi le Forche Caudine suscita un certo disappunto.
Avrei capito "piegare la testa di fronte a cotanta arte della Bajevic", passare sotto una stecca, chinarsi ma andare carponi proprio no. Aldilà del fatto che avrei potuto farlo, non si può pensare che tutti siano fisicamente in grado di andare carponi per un minuto e forse più. La Bajevic avrà voluto farci provare la sensazione della sua guerra personale (considerando inoltre che ha trascorso gli anni del conflitto nei Balcani a Parigi).
C'è da dire che mi sono mangiata le mani per non essere stata all'inaugurazione, avrei voluto vedere la Vettese e compagnia bella di critici e luminari strisciare a quattro zampe ma dubito che lo abbiano fatto.
Mentre tornavamo pensierosi sui nostri passi però la Laguna ci ha riservato qualche sorpresa: credo di avere avvistato la nota blogger e scrittrice Pulsatilla in zona Campo Santa Margherita, se era lei devo dire che il successo l'ha migliorata.
Si è aggiunta una nota ridanciana quando abbiamo incrociato una famigliola in abiti da turista accompagnati per le calli da una atoctona che con la temperatura estiva di ieri vagava acconciata come se fosse a un concorso ippico con Sua Maestà Elisabetta II con tanto di stivale da monta e marsina di velluto nero.
Mi sono allora convinta che le alghe rosse emanino effluvi psicotropi.
La Brick Lane Gallery, tramite il suo manager Zhan Gao (mi pareva che mancava l'asiatico scaltro uomo d'affari) dopo aver sciorinato una serie di complimenti sulla validità e bellezza dei miei lavori fa comparire la parola magica: HIRE. In sintesi affittano spazi e servizi se vuoi esporre a Londra. La guerra comincia con le spinte...
In dialetto abruzzese questa frase suona in modo più comprensibile agli italiani tutti che non in altri dialetti ma è pronunciata con un'espressione di ineluttabilità che fa allargare le braccia: "La Uerra chemengia co' li spente". Mettetela come volete ma a me la Lega fa paura, il machismo, la camicia verde - ma può essere di un qualsiasi altro colore - i fucili, armiamoci e partite. Il linguaggio bellico boutade o no mi mette addosso una grande angoscia. Il motivo è molto semplice: mi è bastato sentire una volta nella vita, in Moldavia nel 1990, la sirena d'allarme e vedere i fari della contraerea per essere rimasta segnata dal terrore della guerra per quanto solo evocata. Mi è bastato trovarmi una mitraglietta puntata ad altezza del petto durante i movimenti studenteschi della "pantera" a Bologna per rendermi conto di come la tua vita possa finire in una frazione di secondo, magari a causa di un momento di insicurezza o di un gesto sbagliato. Io non capisco da chi si sentano invasi questi "uomini del nord", non sono di certo gli scozzesi di William Wallace (Braveheart) fino a prova contraria è il Nord coi Savoia e alleati tutti che ha invaso il Regno delle due Sicilie. L'Italia è nata con un'occupazione militare e tutto ciò che ne consegue e questa occupazione ha avuto la direzione dal Nord al Sud.
In quanto agli "stranieri" consiglierei solo a Bossi e compagnia di leggersi e rileggersi i libri di Stella a partire da "L'Orda" - sottotitolo - quando gli Albanesi eravamo noi.
Aldilà di qualsiasi rivendicazione più o meno legittima di una migliore e più autonoma gestione delle proprie cose e dei propri soldi non venitemi a dire che nell'"Ideale" leghista non confluiscano poi tutti quei sentimenti di razzismo, intolleranza, violenza e diffidenza nei confronti del diverso che fanno paura.
Lo si vede già dal fatto che nell' Italia dei campanili i Veneti non siano poi molto contenti del successo della Lega invece della Liga poiché la Lega è "lombarda".
La guerra comincia con uno spintone o uno sputo e quando finisce, se finisce, non ci si ricorda neanche più perché é cominciata - chiedetelo ai Serbi, Croati, Bosniaci,...
In realtà ci è andata bene fino ad ora a causa della proverbiale vigliaccheria degli Italiani che "conoscono un solo fegato, quello con le cipolle che fanno a Venezia" (cit. La grande Guerra).

Questo è il paese in cui Tenco si è suicidato e non ditemi che lo ha fatto perché non ci ha creduto abbastanza ed è il paese in cui ci si illude che un "Persichetti" qualunque con tanta voglia di riuscire ce la fa. Qui tutto passa per la televisione, anche la legittimazione del successo. Finché ci diranno di "crederci sempre" nessuno si preoccuperà più di studiare e di applicarsi a qualcosa a meno che non scelga di emigrare. Gli astrologi direbbero che è una questione di quadrature, secondo me è solo questione di ineluttabilità dei destini (frase che ho avuto modo di usare ieri e che è piaciuta tanto a me al mio interlocutore).
Il punto è che nessuno potrà mai salvare gli italiani da se stessi, forse solo un'occupazione di armate svedesi (ma loro sono persone pacifiche) potrebbe farci evolvere - sebbene forzatamente.
Ma che avete capito?
Mi riferivo alla scandalosa esclusione di Silvia Aprile da X- Factor :-)
Il triste episodio della sesta puntata dell'ennesimo talent show altro non è che un'allegoria di come gli italiani pensano e scelgono. Fatte le dovute proporzioni, quello che è successo a Silvia è capitato anche a me nel mondo del lavoro come quella volta che non sono stata riconfermata perché la mia "antagonista" poverina era una ragazza un po' fragile. Morale: "Tu sei una donna in gamba, sei capace, in qualche modo te la caverai fuori di qui. Lei (l'altra) se non la prendiamo avrà un crollo di nervi".
Così si delega sempre al Fuori la responsabilità di farsi carico delle persone capaci per tenersi invece quelli che sono più vicini alla banalità e al senso del pietismo italico.
Poi ci si meraviglia della fuga dei cervelli. E' l'Italia che manda via i suoi cervelli e i suoi talenti per continuare a tenersi la solita "broda", i deboli da coccolare come una madre stracciona.
E allora mandiamo avanti i bei faccini, i piacioni, i pietosi, quelli che ci fanno commuovere, emozionare, i bulli e i mandolini. Ce li meritiamo ma io non li ho votati.
Passi tutta la tua giovinezza ad allontanarti da casa, a inseguire i tuoi sogni, le tue aspirazioni e così, senza che tu te ne accorga ti ritrovi che hai speso gli anni migliori della tua vita e ancora non hai trovato quello che cercavi e che forse non c'è mai stato.
Senza grandi traumi magari, succede così, all'improvviso che ti rendi conto che gli unici su cui puoi contare sono proprio quelli da cui eri fuggito: la famiglia.
Però il tempo è passato anche per loro, anche loro sono persone - ammetti che non te n'eri mai reso conto. Anche loro hanno avuto sogni, progetti, aspettative deluse ma tu non le avevi mai prese in considerazione perché i tuoi sogni erano più sogni degli altri, perché tu miravi alto, molto alto. Tu credevi di avere un mondo tutto tuo, solo tuo ma poi ti sei accorto che era anche quello dei tuoi fratelli e dei tuoi genitori.
Non pensarci, divertente, divertito un poco amaro come la vita o la rassegnazione a se stessi. Bello.
Quando si dice: ma cosa gli mancava?

Angus Fairhust era un artista stimato e con una carriera davanti ancora più promettente di quella alle spalle. Faceva parte della schiera dei YBAs (Young British Artists) per intenderci la generazione di Tracy Emin e del milionario Damien Hirst.
Tante mostre prestigiose, tante collaborazioni stimolanti, tante opere - prevalentemente sculture e installazioni. Il 29 marzo, a 41 anni, bello, famoso, di talento si è impiccato in un bosco delle Highlands scozzesi.